Compromesso asimettrico
Il disgelo nucleare costa di più a Obama che a Rohani
I diplomatici americani non si aspettavano che Hassan Rohani concedesse qualche apertura parlando all’Assemblea generale dell’Onu. Il doppio livello della diplomazia iraniana impone messaggi conciliatori a porte chiuse e prese di posizione più ruvide (o ambigue) di fronte al mondo, con un occhio sempre rivolto al mercato interno. La stretta di mano con Barack Obama era “politicamente troppo complicata”, il pranzo con Ban Ki-moon troppo compromettente e i tavoli troppo ingombri di bottiglie di vino bianco, ma il discorso onusiano è stato “molto più aggressivo di quanto molti si aspettassero”.
12 AGO 20

New York. I diplomatici americani non si aspettavano che Hassan Rohani concedesse qualche apertura parlando all’Assemblea generale dell’Onu. Il doppio livello della diplomazia iraniana impone messaggi conciliatori a porte chiuse e prese di posizione più ruvide (o ambigue) di fronte al mondo, con un occhio sempre rivolto al mercato interno. La stretta di mano con Barack Obama era “politicamente troppo complicata”, il pranzo con Ban Ki-moon troppo compromettente e i tavoli troppo ingombri di bottiglie di vino bianco, ma il discorso onusiano è stato “molto più aggressivo di quanto molti si aspettassero”, come dice Gary Samore, ex consigliere di Obama e promotore di un advocacy group sulle sanzioni iraniane. Rohani ha condannato l’occidente per le sanzioni e per le minacce di un attacco armato contro le installazioni nucleari di Teheran. L’intervento ha riportato l’acerbo negoziato sul nucleare al suo ambito naturale, quello degli incontri a porte chiuse, che iniziano oggi con un summit del ministro degli Esteri, Javad Zarif, con le delegazioni del 5+1.
Il contrasto fra il clima di apertura che Rohani ha alimentato a New York – concedendo anche l’appellativo di “crimine” all’Olocausto – e il ripiegamento su messaggi più tradizionalmente iraniani rientra nei calcoli di Teheran. Obama ha detto chiaramente che alle parole di Rohani devono seguire i fatti, e che la riconciliazione non è cosa che si ottiene “overnight”, e questo è parte del calcolo americano. Il problema è che in questo tattico fronteggiarsi per aprire un negoziato, chi rischia di pagare il prezzo più alto è Obama. Rohani chiede una tregua alle sanzioni in cambio di un congelamento delle attività della centrale di Fordo. Ammesso che si tratti di uno scambio equo, Obama ha un potere limitato sulle sanzioni: soltanto otto delle 31 misure economiche contro l’Iran dipendono esclusivamente dalla Casa Bianca. Le altre, per essere modificate, devono passare da un voto del Congresso, dell’Onu o dell’Unione europea. Ammorbidire la posizione americana in vista di un compromesso nucleare richiede un profondo cambiamento dell’assetto occidentale nei confronti dell’Iran. Per promuovere il compromesso Obama dovrebbe fare pressioni sugli alleati e sul Congresso, dove i leader della commissione esteri hanno già messo nero su bianco le loro obiezioni sull’allentamento delle sanzioni. L’Amministrazione Obama ha già superato la posizione di George W. Bush, che aveva promosso negoziati dietro le quinte con l’Iran fissando la fine della proliferazione nucleare come condizione necessaria del dialogo; condizione che Teheran non ha mai considerato né considera oggi: all’America offre, per ora, soltanto la vaga promessa che le centrifughe non arricchiranno uranio per scopi militari. Per mettersi sulla via diplomatica, insomma, Obama dovrebbe fare piroette politiche e concessioni più costose rispetto a quelle che Rohani è disposto a offrire. Inoltre, dovrebbe convincere Bibi Netanyahu ad accettare un cambio di rotta impossibile per il premier che ha definito “cinico” il discorso di Rohani e giudica la mano tesa di Teheran una “trappola”, un diplomatico gioco di prestigio per “prendere tempo”. Il compromesso nucleare è un gioco in cui Obama ha molto da perdere.